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L’avete fatto a me

Carissimi amici, in questi giorni lenti, incerti e carichi di preoccupazione avvertiamo sensibilmente che la nostra vita è profondamente legata a quella di tutti voi, a quanti conosciamo personalmente, a quanti vivono in questa terra varesina, a tutti i fedeli ambrosiani, a tutta la Chiesa, a tutta l’umanità che in ogni luogo soffre e spera.

La chiamata alla vita monastica che abbiamo ricevuto in dono ci colloca sempre nel cuore della Chiesa e del mondo, ma in questi giorni viviamo quell’immersione nel grande sospiro dell’umanità, che la preghiera ci consente, in modo più profondo e urgente.

Le notizie che ogni giorno riceviamo dai giornali o da chi ci telefona fanno scendere il silenzio nei nostri cuori e nei nostri pensieri.

Possiamo soltanto immaginare che cosa voglia dire per una famiglia in cui ci sono dei bambini essere costretti ad una clausura forzata, magari in una casa piccola e senza giardino; possiamo intuire il disagio accresciuto degli anziani soli e di chi è disabile; ci domandiamo quali conseguenze avrà questo tempo su chi svolge un lavoro precario e senza tutele o su chi al momento dello scoppio della crisi sanitaria era in cerca di lavoro.

Quando poi lo sguardo si allarga e supera i confini della nostra terra italiana e della nostra Europa gli interrogativi si fanno ancora più lancinanti e ci fermiamo a pensare in quanti paesi i più poveri non hanno accesso alle cure, neanche le più basilari e in quanti stati dell’America Latina la situazione sociale è così instabile e sempre così tentata dal ricorso alla violenza che potrebbe rendere difficile l’applicazione delle norme necessarie a fermare il contagio. Quale dolore ci ha colto, poi, alla notizia della diffusione coronavirus nella cara terra africana, già così provata da guerre e carestie.

Lasciamo che tutta questa sofferenza ci attraversi, la raccogliamo nella nostra preghiera corale e solitaria, restando in ascolto.

La vita monastica ci educa ad attendere che la verità germogli lentamente dalla terra, dallo spazio della vita quotidiana, dall’alternarsi del giorno e della notte e così anche in questi giorni così duri la vita, che è sempre il luogo dove lo Spirito è all’opera, sospinge fino all’orecchio del nostro cuore una parola tante volte ascoltata, ma che ora appare carica di una luminosità viva e attraente. È la parola con cui il Signore si rivolge ai giusti nella bellissima scena del giudizio universale descritta nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: In Verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me (Mt 25, 40).

Questo brano di Vangelo custodisce un annuncio inaudito: non si cerca Dio protendendosi verso il cielo, ma lo si trova chinandosi sui piccoli della terra. Ci piace ricordare, a questo proposito, le splendide parole del Cardinale Martini: Mi pare che sarebbe troppo poco dire che Dio ci ha chiamati alla solidarietà, definita come “un accordo generale tra tutte le persone di un gruppo o tra gruppi differenti perché hanno un comune scopo”. Dio vuole molto di più di questo, Egli desidera un reale interessarsi gli uni per gli altri, un aversi a cuore, a immagine della cura di lui per ognuno di noi. Egli è sempre pronto a porre a ognuno il primordiale interrogativo posto a Caino: “Dov’è tuo fratello Abele?”. La volontà di Dio è volontà di comunione, di collaborazione, di mutuo appoggio in quanto parte del suo disegno di salvezza. Per questo il Signore spesso non mostra il suo volto, ma splende nell’aiuto dato a un altro (C. M. Martini, Qualcosa di così personale. Meditazioni sulla preghiera. Mondadori 2009, pp. 145-146).

Allora lasciamoci raggiungere da questa parola, sentiamola pronunciare con gratitudine dal Signore che avvolge di riconoscenza lo sforzo inesausto di medici, infermieri, forze dell’ordine, autorità civili, che sostiene con il suo Spirito la creatività, la generosità e l’intraprendenza di sacerdoti, religiosi, volontari, che abbraccia con tenerezza la fatica di chi semplicemente obbedisce alle disposizioni e rimane nella propria casa affrontando il tempo che non passa mai, che scoraggia ed esaspera, solo perché così facendo custodisce la vita di chi è più debole e non potrebbe superare il contagio e contribuisce a non rendere vano lo sforzo di chi sta donando la vita per soccorrere i malati. A tutti il Signore dice: L’avete fatto a me.

Nei giorni terribili del coronavirus anche noi Romite riscopriamo il senso della nostra vocazione: Le nostre mani alzate, come sacrificio della sera (Sal 140) sono il segno di una vita donata ad un Dio fatto uomo, profondamente solidale con tutti al punto da identificarsi con chi è più piccolo, ma anche la nostra vita è data perché l’uomo riscopra di essere chiamato a somigliare a Dio, di essere attratto da Lui sino a divenire partecipe dei suoi sentimenti, del suo sguardo, della sua irrevocabile decisione d’amore.

Sarà un grande sacrificio per tutti non poter celebrare insieme la Pasqua, ma in questi giorni un profumo pasquale sta attraversando la terra, è un profumo che rigenera l’universo e arresta il male in qualunque forma esso si manifesti, è il profumo di chi è passato dalla morte alla vita perché ama i suoi fratelli (cfr.  Gv 3,14). La forza memoriale della vittoria di Cristo sul male e sulla morte che i segni sacramentali custodiscono si è scritta nei nostri corpi e sta dando forma alla preghiera, ai gesti, alla speranza di tutti.

In attesa di ritrovarci a cantare insieme le lodi del Signore continuiamo a benedire Dio con tutto il cuore e ci stringiamo a tutti con un abbraccio di amore fraterno.

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