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Domenica di Pasqua

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La settimana Santa

Attraverso i simboli e le immagini delle domeniche precedenti (acqua, verità, luce, vita, risurrezione), attraverso le parole del vangelo di Giovanni e i grandi miracoli–segni che in esso sono narrati, la liturgia ci ha accompagnato alle porte della Settimana Santa. Sono state tappe diverse di un unico cammino: la meditazione sulla figura di Cristo che ci disseta, ci libera, ci illumina, ci dona la vita eterna, ci ha preparato al grande incontro del triduo pasquale così da giungere a esso con maggior convinzione interiore e una conoscenza più approfondita del mistero di salvezza che in esso si celebra.

Da questo momento il procedere della liturgia ambrosiana verso la Pasqua viene scandito con stretta aderenza ai tempi che hanno segnato il procedere del Signore Gesù verso la sua Pasqua nella città santa.

Anche le catechesi delle liturgie feriali hanno manifestato un più marcato orientamento alla Pasqua: è stato letto l’annuncio della passione di Gesù ai suoi discepoli, secondo i vangeli di Marco e di Luca, e il preannuncio del tradimento di Giuda.

 

La liturgia ambrosiana in questa domenica detta “delle Palme” prevede due celebrazioni eucaristiche: la messa congiunta alla processione e la messa “nel giorno”.

 

La prima celebrazione ci fa rivivere, con una partecipazione anche fisica, quanto è avvenuto a Gerusalemme con Gesù. Infatti il sacerdote da’ avvio alla processione rivolgendo al popolo queste parole: (…) Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Con fede viva accompagniamo il nostro Salvatore nel suo ingresso alla città santa e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce per essere partecipi della sua risurrezione. (…) Imitiamo le folle di Gerusalemme (…) avviamoci in letizia.

Possiamo dedurre un’invito ad un’imitazione “esterna” per una imitazione più vera “interna”. Diversi, infatti, sono i testi proposti per la processione,  uno di questi recita:

Ulivi e palme s’alzino e i cuori a lui si prostrino.

La prima lettura e il vangelo hanno lo scopo di aiutarci a riconoscere in Gesù il messia promesso ed atteso, la lettera di Paolo, Col 1, 15-20, sottolinea il primato del Cristo sia nell’ordine della creazione naturale, sia della nuova creazione soprannaturale che è la redenzione. È interessante notare che la liturgia della Parola non ha tolto i versetti che già sono profezia della risurrezione.

 

La messa “nel giorno” focalizza tutta l’attenzione sull’offerta di Cristo che si va compiendo. Il passo del Vangelo (Gv 11, 55 – 12,11) ripropone la cena di Betania, preannuncio della morte di Gesù, la prima lettura, Isaia 52,13 – 53,12, delinea drammaticamente la Passione. Ciò che avverrà nel Nuovo Testamento è la realizzazione delle profezie contenute nell’Antico Testamento. Il profeta vuole dirci che il dolore innocente del servo di Dio, di Cristo, ha un valore enorme perché da questo dolore scaturisce la vita per tutti. La sua sofferenza guarisce la comunità e la raccoglie dalla dispersione.

Forse, senza neppure rendersene conto, Isaia profetizzò non solo la passione e la morte del messia, ma anche la sua risurrezione, la sua vittoria finale.

Il vangelo e la prima lettura sono testimonianze liturgiche antiche. Ad esse sono stati associati tre versetti della lettera agli Ebrei (12, 1b-3) che sono un appello per tutti noi all’inizio della Settimana Santa a tenere fisso lo sguardo su Gesù, su colui che si sottopose alla croce.

 

La domenica delle Palme” è il primo giorno della Settimana Santa che fin dai più antichi manoscritti ambrosiani è chiamata “autentica”. Ciò significa che è da considerarsi la settimana per eccellenza, esemplare, fra tutte la più eminente e di riferimento nell’arco dell’intero anno liturgico. In questa espressione c’è anche il significato di settimana dell’offerta di sé compiuta dal Signore.

Quella di questa settimana è una lezione dura da accogliere anche alla luce di quanto sta avvenendo oggi nel mondo. Ancora c’è tanto dolore innocente e gli avvenimenti che la liturgia ci farà rivivere vogliono dirci che l’unica risposta autentica a tutto il dolore di cui è disseminata la storia umana converge su Cristo e trova in lui la vera motivazione del suo esserci. Per le sue piaghe noi siamo stati guariti, ci ricorderà il profeta Isaia (53, 5d). Sempre secondo la parola di questo profeta, contro ogni apparenza, il dolore del servo di Dio è stato un dolore fecondo perché inaspettatamente ha generato la vita e la salvezza. Possiamo credere, allora, che ogni altro dolore umano, se accolto e unito a quello di Cristo, diventa inaspettatamente fecondo.

La liturgia che celebreremo, anche a porte chiuse, vuole educarci a questo.

Dalla casa di Betania al mattino di Pasqua, teniamo allora 
fisso lo sguardo su Gesù.

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